
Emotional Lens: Fear – Article 2 of 6
Introduzione
La paura è un’emozione primaria che segnala un potenziale pericolo, preparando l’individuo a una risposta adattiva alla minaccia percepita, che può presentarsi come reale, anticipata attraverso la previsione, evocata dal ricordo o prodotta dalla fantasia. Essa rappresenta un processo multicomponenziale essenziale per la sopravvivenza, che modula sia reazioni immediate che processi cognitivi più complessi. Il suo scopo principale è quello di ottimizzare la capacità di affrontare situazioni rischiose, attivando risorse fisiche e mentali per reagire nel modo più efficace possibile. Questa risposta può variare da una reazione istintiva e automatica a una valutazione più elaborata del pericolo, in funzione del contesto e dei processi mnestici implicati nell’elaborazione dell’esperienza, i quali forniscono elementi appresi e associazioni utili alla valutazione della minaccia e alla definizione della risposta. Nell’ambito di queste risposte, e in una trattazione più ampia rispetto alla sola risposta emotiva, l’organismo può attivare strategie differenti, generalmente classificate nei tre modelli reattivi principali: attacco (fight), fuga (flight) e congelamento (freeze). Esse, pur diverse nei presupposti fisiologici e motivazionali, sono tutte orientate alla sopravvivenza e costituiscono espressioni evolutivamente adattive alla percezione di un pericolo imminente.
- Fuga (flight): rappresenta una delle risposte più immediate e frequenti di fronte a una minaccia percepita come evitabile. È caratterizzata da una marcata attivazione del sistema nervoso simpatico (SNS), che facilita la mobilitazione dell’organismo per allontanarsi rapidamente dalla fonte di pericolo. Questa risposta è spesso associata a una valutazione cognitiva secondo cui l’uscita dalla situazione rappresenta la strategia più efficace per la conservazione dell’integrità fisica.
- Attacco (fight): si manifesta quando la minaccia viene valutata come inevitabile o quando è percepita come affrontabile. L’organismo si prepara all’azione attraverso un’intensificazione dell’arousal fisiologico, un aumento dell’aggressività reattiva e una focalizzazione attentiva sulla fonte della minaccia. A livello neurobiologico, la risposta di attacco è particolarmente associata all’attivazione delle vie dopaminergiche, in particolare quelle che coinvolgono il sistema della ricompensa e della motivazione, come il circuito VTA–nucleo accumbens–corteccia prefrontale. Sebbene anche la fuga implichi una mobilitazione rapida di risorse e un’attivazione motivazionale, l’intensità del coinvolgimento dopaminergico appare più marcata nella risposta di attacco, dove l’azione è direzionata verso lo stimolo. Al contrario, nel congelamento l’attivazione dopaminergica è generalmente meno pronunciata, data la natura inibitoria e passiva della risposta.
- Congelamento (freeze): rappresenta una risposta di immobilità temporanea e vigilante, finalizzata alla riduzione della visibilità dell’organismo da parte del predatore o della minaccia. Questa reazione può precedere le altre due (fuga o attacco) e si manifesta con una brusca inibizione motoria, accompagnata da un aumento della tensione muscolare, specialmente nei distretti corporei posturali. Sebbene spesso trascurata rispetto alle altre, la risposta di congelamento costituisce un meccanismo altamente efficiente in contesti in cui ogni movimento potrebbe risultare pericoloso.
Queste tre modalità reattive non sono rigidamente separate, ma costituiscono un continuum dinamico, modulato dall’intensità della minaccia, dalle esperienze pregresse, dalla valutazione cognitiva del contesto e dalle risorse disponibili per l’organismo. La selezione della risposta più adatta dipende dunque dall’integrazione tra componenti fisiologiche, cognitive, mnestiche e motivazionali.
A livello funzionale, un’emozione di paura pregressa può influenzare, nel tempo, la percezione del rischio e orientare il comportamento. In particolare, può generare tendenze comportamentali di evitamento, volte a ridurre la probabilità di esposizione a situazioni precedentemente associate a una minaccia. Parallelamente, può indurre una vigilanza selettiva, finalizzata all’identificazione precoce di segnali predittivi di pericolo nell’ambiente circostante. Più in generale, i contenuti mnesici legati alla paura — comprendenti non solo le informazioni sensoriali o contestuali, ma anche le rappresentazioni interne legate all’esperienza emotiva — contribuiscono a modellare l’atteggiamento dell’individuo nei confronti dell’ambiente e di sé stesso. Sebbene adattive per la sopravvivenza, queste risposte possono divenire disadattive quando eccessivamente generalizzate o sproporzionate rispetto al contesto reale, favorendo forme di isolamento sociale, limitazione o evitamento dell’esperienza personale e compromissione del benessere psicofisico soggettivo.
Basi neurobiologiche

La paura è strettamente legata alle risposte di attacco-fuga o congelamento (fight-flight-freeze), un sistema integrato di processi neurofisiologici ed espressivo-comportamentali che si manifesta nell’organismo attraverso l’affrontare, l’evitare o il bloccarsi di fronte a una minaccia percepita. Questo sistema è modulato principalmente dall’amigdala, in quanto essa svolge un ruolo chiave sia nella valutazione del pericolo sia nella modulazione della risposta del sistema nervoso autonomo (SNA). Quando un potenziale pericolo viene rilevato, l’amigdala elabora rapidamente le informazioni sensoriali — in coordinazione con altre aree corticali, strutture sottocorticali e allocoricali — e, in un quadro semplificato, attraverso connessioni viene attivato il nucleo paraventricolare dell’ipotalamo (PVN), da cui si diramano proiezioni verso la sostanza grigia periacqueduttale (PAG) e il locus coeruleus (LC) nel tronco encefalico, a loro volta interconnessi con i centri pregangliari del sistema nervoso autonomo1 (SNA), come la colonna intermediolaterale del midollo spinale (IML) per il sistema nervoso simpatico (SNS), e i nuclei del tronco encefalico e i segmenti sacrali del midollo spinale per il sistema nervoso parasimpatico (PNS). Tale processo attiva una cascata di adattamenti fisiologici e neuroendocrini, sostenuti dall’attivazione del sistema nervoso autonomo (SNA) e dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che si integrano nella risposta emotiva e si sviluppano successivamente ai processi cognitivi di valutazione della minaccia, con l’obiettivo di ottimizzare la sopravvivenza.
In questa dinamica, l’ippocampo elabora informazioni contestuali e mnestiche al fine di costruire una rappresentazione configurazionale della situazione e modulare la risposta neurofisiologica alla minaccia, in coordinazione con altre strutture sottocorticali, strutture allocorticali e aree corticali. Integrando le afferenze multisensoriali e le memorie di pericolo contribuisce all’acquisizione e al consolidamento delle associazioni contestuali di paura, costruendo nuove connessioni, facilitando anche l’integrazione tra i dati mnestici, compresa l’esperienza emotiva pregressa, e la valutazione del rischio. In particolare, pur non essendo una struttura allocorticale primariamente coinvolta nell’elaborazione delle emozioni, l’ippocampo modula l’attività dell’amigdala mediante proiezioni, fornendo una base contestuale all’emozione. Inoltre, svolge un ruolo chiave nella memoria e nella regolazione adattiva delle emozioni, processi fondamentali per l’apprendimento e l’adattamento.
Tra le modificazioni fisiologiche indotte dall’attivazione del sistema nervoso autonomo (SNA) nell’ambito della risposta di attacco-fuga o congelamento (fight-flight-freeze), si osservano:
- Aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa, finalizzato a migliorare l’afflusso di sangue ai muscoli e facilitare un’eventuale risposta di fuga o attacco. Al contrario, nelle situazioni di congelamento (freezing), si osserva generalmente una riduzione temporanea della frequenza cardiaca e, in alcuni casi, anche della pressione arteriosa, accompagnate da una diminuzione del movimento corporeo, con l’obiettivo di ridurre la rilevabilità della minaccia.
- Vasocostrizione periferica (in particolare nelle estremità), che consente di preservare il flusso ematico per gli organi vitali, e ridurre il rischio di emorragie in caso di ferite. Questo adattamento, indotto dal sistema nervoso simpatico (SNS), è presente in tutte e tre le risposte (fight-flight-freeze), ma risulta particolarmente marcato nella risposta di congelamento, dove contribuisce a ridurre la rilevabilità e a conservare le risorse fisiologiche essenziali
durante lo stato di immobilità vigilante. - Broncodilatazione, caratterizzata da un rilassamento della muscolatura liscia bronchiale, che riduce la resistenza al flusso d’aria nei bronchi, facilitando l’ingresso di ossigeno nei polmoni. Tuttavia, tale fenomeno risulta più marcato nelle risposte attive (fight-or-flight), mentre nel freezing tende a essere attenuata, in linea con l’inibizione motoria e respiratoria osservata in questa risposta.
- Aumento della frequenza respiratoria, funzionale a garantire un maggiore apporto di O₂ e una più efficiente eliminazione della CO₂, è tipicamente associato alla risposta di attacco o fuga (fight-or-flight). Nel freezing, al contrario, tende a essere attenuato o, in alcuni casi, la respirazione risulta temporaneamente sospesa, in coerenza con quanto osservato per la broncodilatazione.
- Aumento della tensione muscolare, specialmente nei distretti posturali, al fine di preparare il corpo a un’azione rapida o al mantenimento dell’immobilità (freeze).
- Incremento della sudorazione, con funzione termoregolatoria e, secondo alcune ipotesi, di riduzione dell’attrito per facilitare la fuga. Questa manifestazione può comparire in tutti i modelli reattivi alla minaccia percepita, sebbene emerga generalmente con più evidenza nella risposta di attacco o fuga (fight-or-flight).
- Dilatazione delle pupille (midriasi), consente l’ampliamento del campo visivo e dunque una migliore capacità di percepire dettagli visivi cruciali. Sebbene sia presente in tutte le risposte difensive, assume una particolare rilevanza nelle risposte di attacco e fuga (fight-or-flight), in cui l’azione motoria si accompagna a un’esplorazione visiva dinamica dell’ambiente. Nel freezing, pur restando presente, la midriasi si integra in un assetto statico e attentivo, orientato al monitoraggio della minaccia senza comportare un’esposizione implicata dall’attività motoria.
- Potenziamento della vigilanza sensoriale, che favorisce una maggiore reattività agli stimoli ambientali, rappresenta una componente trasversale a tutte le modalità reattive (fight-flight-freeze). Nel freezing, in particolare, tale stato tende a intensificarsi e riflette anche un’elevata attivazione attentiva in assenza di movimento corporeo. Tale potenziamento è sostenuto prevalentemente dall’attività noradrenergica centrale, in particolare a livello del locus coeruleus, piuttosto che da meccanismi periferici.
- Riduzione delle attività viscerali non essenziali, tra cui la digestione, la salivazione e la peristalsi, in quanto non prioritarie in contesti di minaccia percepita. Tale riduzione è mediata principalmente dall’azione locale della noradrenalina, rilasciata dai nervi simpatici postgangliari, che agisce sui recettori adrenergici degli organi viscerali. Si osserva tipicamente nella risposta di attacco o fuga, mentre nella risposta di congelamento (freezing) tende a essere più attenuata.
In tale quadro, le risposte fisiologiche immediate più rilevanti indotte dall’attivazione del sistema nervoso simpatico sono mediate prevalentemente dalla noradrenalina, rilasciata localmente dai nervi simpatici postgangliari, la quale agisce direttamente su cuore, bronchi, vasi sanguigni e altri organi bersaglio. Parallelamente, si osserva anche una risposta neuroendocrina, in cui il sistema simpatico stimola la midollare del surrene a rilasciare catecolamine — principalmente adrenalina e, in misura minore, noradrenalina — che vengono immesse nel flusso ematico e amplificano in modo sistemico la risposta fisiologica, potenziandone l’intensità iniziale e prolungandone la durata. Al contrario, in condizioni di congelamento (freezing), si osservano generalmente effetti riconducibili a una prevalente attivazione del sistema nervoso parasimpatico (PNS). Quest’ultimo agisce sia a livello pregangliare che postgangliare mediante il rilascio di acetilcolina (ACh), la quale si lega ai recettori muscarinici, promuovendo uno stato di rallentamento fisiologico e un risparmio energetico.
In alcuni quadri psicopatologici, come in alcuni disturbi d’ansia o nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD), la risposta di congelamento può diventare predominante e disadattiva. In tali condizioni, l’organismo tende a inibire l’azione in modo automatico, anche in assenza di una minaccia reale, manifestando un blocco motorio o uno stato di torpore che compromette la capacità di reagire in modo adattivo. Questa prevalenza del congelamento è stata ricondotta, in diversi studi, a un’iperattività dell’amigdala, a un’alterata elaborazione contestuale da parte dell’ippocampo, nonché a una ridotta regolazione inibitoria da parte della corteccia prefrontale, in un quadro che può variare sensibilmente da individuo a individuo. In particolare, la ridotta regolazione inibitoria si traduce in una compromissione della capacità della corteccia prefrontale di attenuare (downregulate) l’attivazione limbica dell’amigdala, con un conseguente mantenimento dello stato di iperarousal e una maggiore probabilità di predominanza della risposta di congelamento. Inoltre, nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD), l’attività dell’ippocampo — implicato anche nella corretta collocazione spazio-temporale dei ricordi — risulterebbe ridotta in condizioni di stress elevato. Questa alterazione funzionale è stata associata, in letteratura, alla comparsa di flashback, durante i quali l’individuo può rivivere l’evento traumatico in modo vivido e intrusivo, anche in risposta a stimoli che solo parzialmente richiamano il contesto originario. Ne risulta un pattern difensivo rigido, che — soprattutto in condizioni di vulnerabilità come nel PTSD — può ostacolare l’integrazione dell’esperienza emotiva e amplificare la sofferenza psicologica.
Le due derive della paura: esperienza ludica e disturbo fobico
La paura è un’emozione primaria con una tonalità edonica prevalentemente negativa, in quanto associata a sensazioni spiacevoli, disturbanti e, in alcuni casi, con una componente ansiogena o suscettibili di evolvere in uno stato ansiogeno. Tale valenza negativa è strettamente connessa alla sua funzione adattiva: proteggere l’organismo dal pericolo. In questo quadro, la spiacevolezza della paura rappresenta un segnale interno che orienta l’attenzione verso la minaccia e stimola l’azione per ridurre l’esposizione al rischio. Tuttavia, in alcuni contesti specifici e controllati, come quelli ludici o simulati (ad esempio giochi ad alta tensione emotiva, sport estremi o la visione di film horror), la paura può assumere una tonalità ambivalente. In tali situazioni, l’individuo sperimenta una forma di paura vissuta come piacevole, poiché accompagnata da un senso di sicurezza che ne modula gli effetti avversivi. La persona percepisce l’intensità dell’emozione senza subirne le conseguenze, traendo una forma di gratificazione dall’esperienza emotiva intensa ma controllata. Tale gratificazione è legata all’attivazione di circuiti neurobiologici connessi alla ricompensa, in particolare del sistema dopaminergico, che valorizza l’esperienza come stimolante e coinvolgente. In parallelo, una moderata attivazione adrenergica contribuisce alla sensazione di eccitazione, senza però generare una reale percezione di minaccia. Questa tipologia di paura, pur mantenendo una componente di allerta, stimola la curiosità e il desiderio di esplorare i propri limiti, e favorisce una condizione di attenzione elevata e selettiva . Il piacere derivato da tali esperienze si fonda su un equilibrio delicato tra attivazione e controllo, tra esposizione simbolica al pericolo e consapevolezza della propria incolumità. Nei contesti reali, non controllati, la paura tende invece a conservare una valenza nettamente negativa. In queste condizioni, il suo ruolo primario resta quello di promuovere la sopravvivenza, attraverso l’attivazione di segnali interni che sollecitano l’allontanamento dal pericolo e incentivano comportamenti protettivi.

A differenza di altre emozioni primarie, la paura presenta una manifestazione che si configura, per definizione, come patologica: la fobia. Si tratta di una forma di paura intensa, persistente e sproporzionata, associata a uno stimolo specifico — che si tratti di un oggetto, un animale, una situazione o un contesto —, rispetto alla rappresentazione oggettiva della pericolosità o all’imminenza reale della minaccia percepita. Contrariamente alla risposta adattiva alla minaccia, che si attiva in modo flessibile e contestuale, la fobia si caratterizza per la sua rigidità, la sua generalizzazione e la tendenza a innescare comportamenti di evitamento marcati, anche in assenza di una minaccia concreta. Altresì, essa non favorisce l’adattamento all’ambiente, ma determina una compromissione del funzionamento quotidiano, interferendo con le attività personali, sociali o lavorative dell’individuo con una severità variabile dipendente dalla tipologia della fobia, nonché relativamente alla specificità del singolo quadro soggettivo. Le fobie specifiche si sviluppano in risposta a categorie di stimoli ben delineate, che costituiscono l’oggetto della fobia. Alcuni esempi includono l’emofobia (la paura del sangue), l’aracnofobia (la paura dei ragni), l’emetofobia (la paura del vomito), l’anginofobia (la paura di soffocare), l’acrofobia (la paura delle altezze) e l’agorafobia (etimologicamente ‘paura della piazza’, comunemente associata al timore di trovarsi in luoghi aperti o affollati). Tuttavia, ciò che le accomuna non è il contenuto in sé, bensì il funzionamento sottostante: un’associazione appresa tra lo stimolo fobico e un’emozione di paura2 automatica, che tende a sfuggire alla mediazione cognitiva. L’individuo fobico riconosce spesso l’irrazionalità della propria reazione, ma ciò non ne attenua l’intensità né ne impedisce l’evitamento. Dal punto di vista neuropsicologico, le fobie sono il risultato di un apprendimento avversivo disfunzionale, in cui uno stimolo inizialmente neutro (SN) viene associato all’emozione di paura attraverso un processo di condizionamento classico oppure mediante esperienze traumatiche dirette, osservazionali o simboliche. In alcuni casi, l’associazione può derivare da un’unica esperienza scatenante, a volte radicata in esperienze precoci; mentre in altri si sviluppa in modo più graduale, rinforzata e amplificata da episodi traumatici o dall’evitamento sistematico dello stimolo fobico. Tuttavia, in generale, tale evitamento impedisce l’estinzione del condizionamento e contribuisce al consolidamento delle reti neurali disfunzionali coinvolte nella fobia, mantenendola attiva nel tempo e riducendo la possibilità di una ristrutturazione adattiva. A livello neurobiologico, le fobie coinvolgono circuiti simili a quelli della paura. Studi di neuroimaging hanno evidenziato una iperattivazione dell’amigdala in risposta allo stimolo fobico, frequentemente accompagnata da una ridotta regolazione inibitoria da parte della corteccia prefrontale, che compromette il controllo top-down sulle strutture limbiche implicate. In alcuni casi, si osserva anche un coinvolgimento dell’ippocampo, soprattutto in presenza di alterazioni della capacità di contestualizzare le informazioni associate alla minaccia percepita.
Introduzione alla mimica facciale

Lo sguardo spesso appare più intenso e ampio, con una maggiore esposizione della sclera, tipicamente associata alle risposte di attacco o fuga (fight-or-flight), che conferisce un aspetto di allarme. Gli occhi, dunque, risultano generalmente spalancati, con le palpebre superiori che tendono a sollevarsi per l’azione del muscolo elevatore della palpebra superiore (levator palpebrae superioris), mentre quelle inferiori possono abbassarsi leggermente o irrigidirsi per effetto della contrazione del muscolo orbicolare dell’occhio (orbicularis oculi, pars palpebralis), eventualmente coadiuvata da fibre simpatiche lisce non sempre individuabili come il cosiddetto muscolo tarsale inferiore (tarsalis inferior). Questa configurazione, in contrasto con il tensione muscolare tipico delle espressioni rilassate, conferisce al volto una tensione immediata. L’ampia apertura palpebrale non solo enfatizza l’espressione di allerta, ma potenzia anche la capacità di raccogliere informazioni visive, facilitando un rapido adattamento all’ambiente circostante, aspetto cruciale nella risposta di orientamento legata alla paura. In condizioni di paura intensa, lo sguardo può risultare fisso e orientato frontalmente, oppure muoversi rapidamente alla ricerca di una via di fuga o di elementi di minaccia, in un’alternanza fra fissità e iper-esplorazione visiva, sostenuta dall’attivazione dei muscoli estrinseci dell’occhio — in particolare il muscolo retto mediale (musculus rectus medialis), il muscolo retto laterale (musculus rectus lateralis), il muscolo retto superiore (musculus rectus superior) e il muscolo retto inferiore (musculus rectus inferior) —, responsabili della rotazione oculare lungo gli assi orizzontale e verticale, in coerenza con l’elevato stato di attivazione del sistema di orientamento e vigilanza. Nelle interazioni sociali, uno sguardo eccessivamente ampio o irrigidito può essere interpretato come indice di sospetto, disagio o ipervigilanza. Questa configurazione visiva può alterare la percezione dell’altro e favorire l’innesco di dinamiche di tensione reciproca, soprattutto in situazioni ambigue o ad alta intensità emotiva.
Secondo un’ipotesi evoluzionistica, l’espressione dell’area perioculare associata alla paura si configura come un segnale precoce dello stato di allerta, in cui la mimica riflette l’attivazione neurofisiologica sottostante, assume anche una funzione comunicativa. In questa prospettiva, la maggior esposizione della sclera e l’ampiezza dello sguardo non solo migliorano la percezione del pericolo, ma fungono anche da segnale sociale, avvertendo gli altri membri del gruppo e favorendo una risposta collettiva per la sopravvivenza. Tuttavia, in condizioni di congelamento, la tendenza all’immobilità può limitare questi segnali visivi.
A seconda dell’intensità dell’emozione e del contesto, l’espressione facciale può variare da una manifestazione più sfumata a una marcata e prolungata. L’intensità e la durata della mimica facciale della paura possono essere influenzate da fattori individuali, come il temperamento, la capacità di regolazione emotiva e il contesto situazionale. In alcune circostanze, la paura può manifestarsi con espressioni più contenute o parzialmente inibite, mentre in altre può emergere in modo accentuato, con tratti più marcati e prolungati nel tempo. Inoltre, le espressioni facciali legate alla paura possono risultare alterate in alcuni quadri psicopatologici, come nei disturbi d’ansia o nel disturbo post-traumatico da stress (PTSD), in cui l’emozione può essere amplificata, inibita o incongruente. Tuttavia, tali manifestazioni rientrano in un ventaglio di fenomeni complessi che meriterebbero un approfondimento specifico.
Terzo superiore del viso

Nell’espressione della paura, il terzo superiore del volto assume una configurazione peculiare, caratterizzata da modificazioni mimiche in cui la regione sopraccigliare risulta particolarmente coinvolta. La sua attivazione, per certi aspetti simile a quella osservabile nella sorpresa, presenta tuttavia elementi distintivi che riflettono l’arousal fisiologico e lo stato di allerta, nonché la maggiore vigilanza e tensione tipica di questa emozione.
- La regione mediale delle sopracciglia si solleva frequentemente per effetto dell’attivazione del muscolo frontale (frontalis, pars medialis), ampliando il campo visivo e facilitando la raccolta di informazioni visive dall’ambiente circostante. L’eventuale attivazione del muscolo procero (procerus), che esercita una trazione caudale nella regione glabellare, potrebbe antagonizzare direttamente questo sollevamento. Tuttavia, nella paura, la sua contrazione è generalmente lieve, risultando in una moderata tensione centrale che riduce l’espansione dell’apertura oculare senza comprometterla completamente.
- L’arcata sopraccigliare può essere soggetta a una lieve convergenza verso il centro del viso per effetto dell’attivazione del muscolo corrugatore del sopracciglio (corrugator supercilii). Questa azione può generare sottili rughe verticali nella zona tra le sopracciglia, sebbene in misura minore rispetto alla rabbia.
- La regione centrale delle sopracciglia si solleva spesso per effetto dell’attivazione del muscolo frontale (frontalis, pars medialis), contribuendo a mantenere una configurazione complessiva con concavità rivolta verso il basso. In alcune espressioni di paura intensa, la contrazione del muscolo procero (procerus) può accentuare ulteriormente questo sollevamento, aumentando la tensione generale della fronte. Anche l’eventuale attivazione del muscolo depressore del sopracciglio (depressor supercilii), che modula il sollevamento della parte esterna, contribuisce a enfatizzare l’innarcamento dell’arcata sopraccigliare.
- La regione laterale delle sopracciglia può rimanere relativamente neutra o sollevarsi leggermente per effetto dell’attivazione del muscolo frontale (frontalis, pars lateralis). L’eventuale attivazione del muscolo depressore del sopracciglio (depressor supercilii), che esercita una trazione caudale sulla porzione laterale dell’arcata sopraccigliare, può modulare l’entità di questo sollevamento senza antagonizzarlo direttamente. Questo effetto è meno uniforme rispetto alla sorpresa, in cui il sollevamento è generalmente più omogeneo su tutta la lunghezza delle sopracciglia.
- La regione frontale e glabellare: la prima risulta spesso coinvolta in misura variabile, con un’attivazione significativa del muscolo frontale (frontalis), soprattutto nella sua porzione mediale. Questa attivazione contribuisce al sollevamento delle sopracciglia e alla creazione di un’espressione complessiva di allerta. Tuttavia, a differenza della sorpresa, in cui l’intera arcata sopraccigliare si solleva in modo più simmetrico e marcato, nella paura l’attivazione frontale può risultare meno omogenea, modulata da tensioni localizzate e da una maggiore variabilità interindividuale; in alcune espressioni più intense, tale attivazione può determinare la comparsa di sottili rughe orizzontali sulla porzione centrale della fronte. A livello glabellare, come già osservato, possono comparire rughe verticali di lieve profondità dovute all’attivazione del muscolo corrugatore del sopracciglio (corrugator supercilii), e in alcuni casi, increspature orizzontali in corrispondenza della radice del naso, legate a una lieve contrazione del muscolo procero (procerus). Questo pattern espressivo contribuisce a una configurazione di allerta e vulnerabilità, differente da quella più marcata e contratta tipica della rabbia o del disgusto.
Questo particolare assetto muscolare enfatizza lo stato di tensione emotiva, comunicando un senso di allarme, un’esitazione iniziale, talvolta breve e transitoria. In particolare, l’effetto visivo complessivo è caratterizzato generalmente da un innalzamento mediale delle sopracciglia, talvolta leggermente arcuate, ciascuna delle quali presenta una morfologia che si distingue per una curvatura parabolica con concavità orientata verso il basso. Questo tratto distintivo, tipico della paura, conferisce allo sguardo un’espressività intensa e reattiva, in contrasto con l’inclinazione convergente della rabbia e con la curvatura meno morbida e simmetrica della gioia.
Terzo medio del viso
Per quanto concerne l’espressione della paura, il terzo medio del volto contribuisce alla sua configurazione complessiva attraverso una serie di modificazioni che interessano la regione nasale, la piega nasolabiale e le narici. Queste componenti concorrono a delineare un’espressione coerente con lo stato di attivazione del sistema nervoso autonomo e con la vigilanza tipica di questa emozione. Tuttavia, la mimica in questa regione del volto si distingue generalmente per una connotazione e una dinamica meno marcata rispetto ad altre emozioni primarie, ma non per questo meno rilevante dal punto di vista comunicativo e adattivo. In particolare, alcune configurazioni possono manifestarsi in modo più evidente nei casi di paura intensa o improvvisa, riflettendo l’attivazione sinergica di più muscoli coinvolti nella regolazione respiratoria in risposta alla minaccia percepita, nonché nella trazione della cute e nella modulazione dell’assetto delle narici e delle ali nasali durante la fase inspiratoria.
- La regione nasale può apparire meno contratta rispetto a emozioni come la rabbia o il disgusto, ma in alcuni casi, soprattutto in condizioni di forte attivazione, può evidenziarsi una lieve una trazione verso l’alto della cute della radice del naso. Questo effetto è mediato principalmente dal muscolo procero (procerus), la cui attivazione, sebbene contenuta, può generare leggere rughe orizzontali nella zona tra la glabella e la radice del naso, conferendo al volto un’espressione di tensione e allerta coerente con lo stato emotivo sottostante.
- La regione nasolabiale: la piega nasolabiale può risultare più marcata in conseguenza del sollevamento del labbro superiore e della base del naso — incluse le ali nasali, che possono divaricarsi lievemente — con una possibile lieve asimmetria tra i due lati del volto, pur mantenendo una configurazione generalmente meno accentuata rispetto a quanto osservabile nella rabbia o nel disgusto. Tale configurazione morfologica è indotta dall’attivazione sinergica del muscolo elevatore del labbro superiore (levator labii superioris) e del muscolo elevatore dell’ala del naso (levator labii superioris alaeque nasi), la cui azione combinata determina anche una trazione ascendente della porzione superiore della piega nasolabiale. In alcune manifestazioni, specialmente durante un’ispirazione rapida o profonda, questa configurazione si accompagna a una modesta retrazione della cute intorno alla base del naso verso quest’ultimo, talvolta con una distribuzione non perfettamente simmetrica tra i due lati del volto, accentuando l’aspetto reattivo dell’espressione.
- Le narici: la dilatazione delle narici rappresenta uno degli elementi più distintivi nel terzo medio del viso durante l’espressione della paura. Tale dilatazione, legata a una rapida o profonda inspirazione, è sostenuta dall’attivazione del muscolo nasale (nasalis, pars alaris) e, in alcuni casi, del muscolo dilatatore delle narici (dilator naris), i quali agiscono in sinergia con i movimenti delle ali del naso, come precedentemente menzionato. L’ampiezza e l’orientamento di questo movimento possono variare in base all’intensità dell’emozione e sono strettamente legati alla risposta di adattamento respiratorio. A differenza della rabbia, dove la dilatazione può assumere un significato più assertivo o aggressivo, nella paura essa riflette una preparazione all’azione (o alla sua inibizione) più orientata all’ottimizzazione delle risorse psicofisiche e, in modo subordinato, dei processi cognitivi — in particolare di quelli attentivi — sostenuti da esse.
Terzo inferiore del viso

Nella paura, anche il terzo inferiore del volto assume una configurazione espressiva significativa, seppur più variabile rispetto ad altre emozioni primarie. La mimica orale può infatti dar luogo a configurazioni diverse, che spaziano tra due estremi: da una chiusura contratta e tesa, che esprime inibizione o contenimento della reazione, a un’apertura improvvisa e repentina, che riflette una risposta più esplosiva e automatica alla minaccia percepita. Queste configurazioni, sebbene meno stabili rispetto a quelle osservabili nella gioia o nella rabbia, contribuiscono in modo cruciale alla comunicazione dello stato emotivo, rendendo la bocca un elemento espressivo altamente dinamico e reattivo nel quadro complessivo della paura. Nelle forme più intense, l’apertura della bocca non è necessariamente coordinata o simmetrica, riflettendo un’attivazione improvvisa e disorganizzata della muscolatura orale e periorale in risposta alla minaccia percepita.
- Labbra stirate e tese: nelle espressioni di paura moderata, le labbra tendono a essere retratte orizzontalmente, stirandosi in modo netto. Questo effetto è dovuto all’azione del muscolo risorio (risorius), che esercita una trazione laterale sugli angoli della bocca, creando una tensione caratteristica. A differenza della rabbia, dove le labbra serrate suggeriscono contenimento emotivo, nella paura il loro stiramento segnala una reazione immediata a una minaccia improvvisa o una preparazione a reagire.
- Apertura della bocca (quando presente): nelle espressioni di paura più intense, la bocca può aprirsi spontaneamente, spesso in modo improvviso e irregolare. Questo avviene per facilitare una rapida inspirazione, come parte della preparazione fisiologica alla risposta di attacco, fuga o congelamento. In alcuni casi, questa apertura può accompagnarsi a un urlo involontario, emesso come riflesso a una minaccia generalmente intensa e improvvisa. A differenza dell’urlo di rabbia, che risulta più teso e contratto, l’urlo di paura tende ad avere una configurazione più distesa e meno rigida, con la bocca spalancata in modo repentino. Il movimento coinvolge anche il muscolo orbicolare della bocca (orbicularis oris), che controlla l’apertura e la chiusura delle labbra.
- La regione commissurale: il muscolo depressore dell’angolo della bocca (depressor anguli oris) può contribuire a un lieve abbassamento degli angoli della bocca, soprattutto nelle espressioni più marcate, enfatizzando il senso di disagio. A differenza di altre emozioni, dove l’abbassamento degli angoli può apparire più pronunciato o teso, nella paura il movimento tende a essere meno visibile e più morbido.
Ne consegue che l’effetto visivo complessivo della bocca nella paura in generale è caratterizzato da una tensione evidente, con labbra stirate o leggermente aperte, in netto contrasto con l’abbassamento più morbido e statico della tristezza e con la tensione più concentrata e intensa della rabbia. Ulteriormente, se la bocca è aperta, il risultato può suggerire un urlo trattenuto, una rapida inspirazione o un grido di paura, enfatizzando l’immediatezza della reazione emotiva.
Note metodologiche
- Il sistema nervoso autonomo (SNA) è tradizionalmente classificato come parte del sistema nervoso periferico (SNP), pur comprendendo centri localizzati nel sistema nervoso centrale (SNC) — come i neuroni pregangliari nel midollo spinale e nel tronco encefalico — dai quali originano le vie efferenti dirette agli organi bersaglio. ↩︎
- Nella presente trattazione, per esigenze descrittive, analitiche, nonché esplicative, l’emozione viene talvolta considerata come entità distinta dallo stimolo che la evoca, in particolare nel contesto delle fobie. Resta tuttavia fermo il riferimento a un modello multicomponenziale dell’emozione, nel quale lo stimolo costituisce una componente integrante del processo stesso. Inoltre, tale cornice teorica orienta anche la trattazione della base neurobiologica sviluppata nella sezione conclusiva dedicata alle fobie.
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Fonti e letture consigliate
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